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Per contatti e informazioni: giulio.levi@gmail.com
Recensioni
1. Venditempo (Orecchio Acerbo Editore, 2004)
2. XJ7K – dallo spazio alla casa bianca (Falzea editore, 2005)
3. Storie del 3° millennio (Campanotto editore, 2006)
4. Maghi, pesci, scarpe parlanti…in 10 storie fantastiche (Einaudi scuola, 2006)
5. 1940 / 1945 Gioele, fuga per tornare, Fatatrac editore, 2007
6. Nebbia di streghe (Falzea editore, 2008)
7. La mia mamma guarirà (Falzea editore, 2008)
8. Salviamo il mondo (Fatatrac editore, 2009)
9. Il grande pesce d’argento (Fatatrac editore, 2010)
10. Millelire (Coccole e Caccole editore, 2011)
11. “Eravamo ragazzi” (Fatatrac editore, 2014)
12. Una vita sospesa 1938-1945 (Castelvecchi editore, 2016)
13. Il regalo magico (Coccole Books 2020)

Una vita sospesa 1938-1945 (Castelvecchi editore, 2016)

Da Sololibri.net
Nel volume “Una vita sospesa 1938 – 1945” (Castelvecchi 2016, Introduzione di Marta Fattori) di Giulio Levi, l’autore, specializzato in malattie nervose e mentali, ricostruisce un periodo cruciale della vita del padre Sergio (Firenze, 25 febbraio 1910 – 27 settembre 1966), uno dei pionieri della neuropsichiatria infantile in Italia.
Nel libro dedicato al padre a cinquant’anni dalla sua scomparsa e a sua madre che accompagnò con amore per trenta anni di matrimonio il marito, sopravvivendo per quasi mezzo secolo nel suo ricordo, il figlio Giulio, attingendo a numerose fonti (gruppi di lettere familiari, e documenti dell’Archivo Federale Svizzero), racconta la storia di un uomo al quale venne impedito di lavorare. Costretto per sette anni a condurre una vita sospesa.

“In ottemperanza alle norme contenute nel Regio Decreto Legge 5 settembre 1938 XVI Anno dell’Era fascista. Vi comunico che con decorrenza 16 ottobre p. v. siete sospeso dalle funzioni di assistente volontario fino a contraria disposizione”.

Firmato il Rettore Arrigo Serpieri. Era questo il contenuto della lettera raccomandata che il portiere dell’ospedale universitario Mayer (detto “ospedalino” perché vi si curavano solo bambini) aveva consegnato il 13 ottobre 1938 a Sergio Levi, giovane pediatra fiorentino di 28 anni che lavorava al Mayer. “Sospeso dalle funzioni”, in pratica licenziato. Levi aveva letto sul “Giornale d’Italia” del 15 luglio scorso un documento “Il fascismo e il problema della razza” noto come “Il manifesto della razza”, redatto da dieci scienziati in cui si affermava che

“gli ebrei non appartengono alla razza italiana”

e che sono

“l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia, perché essa è costituita da elementi razziali non europei”

e altre frasi che erano parse a Levi farneticanti. Ma Sergio non gli aveva dato troppo peso, pensando che fosse una nuova aberrante forma di propaganda del regime fascista e non aveva ancora avuto notizia del regio decreto citato dalla lettera che aveva appena letto. Levi non riusciva a capacitarsi, l’Italia non era la Germania, ora le cose si mettevano davvero molto male per chi come lui apparteneva alla razza ebraica. Da quel momento in poi la storia individuale di Sergio Levi, sposato con Tilde, un figlio piccolo, Giulio, al quale si sarebbe aggiunta nel ’39 Silvia, sarebbe andata a incrociarsi con la Storia. Stava per iniziare quel peregrinare nel vecchio continente di una famiglia ebraica della media borghesia che avrebbe condotto i componenti a cercare rifugio nella campagna fiorentina per finire poi, nel frattempo era scoppiata la II Guerra Mondiale, in Svizzera nel marzo del 1944 costretti a vivere in un campo profughi. I genitori e un fratello di Sergio Levi sarebbero morti nel campo di concentramento di Auschwitz.

“E adesso cosa posso fare? Devo rinunciare ai miei studi, alla mia carriera, all’aggiornamento professionale? Curare bambini solo privatamente?”.

Un racconto-testimonianza corredato da fotografie in bianco e nero, lucido e scarno di quei sette anni di sospensione vissuti in un limbo fatto di fughe, nascondigli, paure e ansie. Nel 1946 Sergio Levi fu nominato Direttore dell’Istituto Medico Pedagogico Umberto I di Firenze. Mantenne quella carica fino alla sua precoce morte avvenuta nel 1966. In quei venti anni rinnovò e modernizzò i metodi terapeutici e riabilitativi da applicare a ragazzi e ragazze con disturbi cognitivi e caratteriali, facendo dell’Istituto un centro noto in tutto il Paese e modello per la programmazione di nuove istituzioni in varie regioni italiane. Negli anni Cinquanta Sergio incontrò Giovanni Bollea (fondatore dell’Istituto di Neuropsichiatria Infantile di Roma) col quale sviluppò un’intensa collaborazione e una profonda amicizia. Levi pubblicò numerosi lavori e alcuni libri che furono adottati per molti anni da assistenti sociali, psicologi e altri operatori nel campo dell’Igiene Mentale.

Da “Pagine Giovani” (anno XL – 164) n. 4 ottobre-dicembre 2016
“Una vita sospesa 1938 – 1945″, Castelvecchi ed., 2016, 112 p.
Alcuni libri si leggono in un soffio con la bramosia di arrivare a capo della matassa o di accompagnare il protagonista fino al climax. Altri, come questo, si possono leggere solo a dosi di poche pagine alla volta: una posologia che permetta al cuore di non esplodere o allo spirito di far sedimentare le riflessioni. La cronaca italiana di sette anni, dal 1939 al 1945, raccontata oggi dal testimone dell’epoca Giulio – figlio di Sergio Levi, giovane pediatra che fu “sospeso” dall’Ospedale Meyer di Firenze in seguito all’emanazione delle leggi razziali – si riassume in un centinaio di pagine asciutte, cariche ri riferimenti temporali, nomi e luoghi circostanziati da piccoli importanti eventi per la sopravvivenza della loro famiglia ebrea e dei loro amici.
Il testo è quindi una sorta di diario a 50 anni dalla scomparsa del padre, in cui possiamo individuare alcune tracce di lettura: il rapporto tra i coniugi Tilde e Sergio si ingrigisce a causa delle interferenze paterne (il suocero benestante e autoritario conflagra con alcune decisioni che spetterebbero alla coppia); la loro inesperienza di genitori di fronte all’enigma del futuro si condensa nell’ansia di rallegrare i figli con il gioco e la prospettiva di future vacanze; l’illusione di Sergio di poter ricostruire un certo benessere e recuperare quel “tempo sospeso” anche in ambito professionale; l’umana tragedia sullo sfondo che non può mai divenire protagonista perché lascerebbe quell’ultimo filo di coraggio e lucidità che tiene insieme la famiglia; il caos emotivo che vorrebbe trovare sfogo in pianti e urla ma viene sopito per garantire la conservazione del nucleo.
In tutti gli spostamenti consentiti o clandestini (in cerca di lavoro in Francia e Inghilterra, in cerca di rifugio in Italia e in Svizzera) Sergio porta con sé dei libri che lo ancorano al suo passato e lo mantengono in rotta per il futuro. Una volta di più la cultura rappresenta un ormeggio e l’impegno personale costituisce una gratificazione di tipo salvifico. Il resoconto sostanziato da lettere cariche di speranza dimostra come i rapporti umani si fossero stracciati e venissero tenuti in vita dalla memoria e dal desiderio di una certa normalità. Come ripristinare la routine dopo tali cruenti avvenimenti? Come rinsaldare i vincoli relazionali dopo i tradimenti e le vessazioni? Quanto spendersi per progredire in vista di un futuro migliore? La vita di Sergio Levi ha risposto a queste domande con l’amore per il genere umano e la serietà delle sue convinzioni impiegate come Direttore dell’Istituto Medico Pedagogico Umberto I° di Firenze fino alla sua precoce scomparsa. Il figlio Giulio ne tratteggia questo intenso ritratto-summa che racchiude le speranze e i patimenti di tanti altri ebrei che non sono mai tornati.
Claudia Camicia

Da SPELS ACADEMY – Marzo-Aprile 2020
L’EDITORIALE
…non c´è solo il male…
Gli stati d’animo vissuti nei giorni di maggiore allerta della pandemia, mi hanno evocato due letture che hanno entrambe a che vedere con la guerra e la lotta interiore. La prima è “Una vita sospesa 1938-1945” del neuroscienziato Giulio Levi che negli anni della pensione si dedica con successo a scrivere libri per bambini. O meglio, libri che narrano storie viste con gli occhi dei bambini ma in qualche caso scritte per gli adulti affinché acquistino consapevolezza e conservino la memoria. La seconda è “La Peste”, il romanzo del filosofo esistenzialista Albert Camus.

Nella prima storia Giulio Levi narra della “vita sospesa” del padre Sergio che, giovane e brillante pediatra fiorentino dell’ospedale universitario Meyer, all’epoca dell’emanazione delle leggi razziali del 1938 fu costretto a rinunciare alla sua vita professionale per affrontare sette anni di fughe nei quali l’intelligenza, l’amore della moglie Tilde ed il destino gli permisero di portare in salvo la sua famiglia. In questo racconto rivedo la privazione della libertà e l’allontanamento dai propri luoghi e dagli affetti che l’epidemia ci ha costretto ad accettare fiduciosamente verso un domani che non sappiamo immaginare. Sergio riuscì a preservare i suoi bambini dalle sofferenze fisiche provocate dalla follia della guerra e dell’odio razziale ma non dalla prova interiore della separazione e della perdita di una serenità che deriva dalla libertà di sognare e progettare il futuro o semplicemente quella di muoversi nel proprio mondo, tra i propri affetti. Quando finirono i giorni della follia, Sergio ne uscirà comunque con un profondo senso di frustrazione che verrà mitigata dalla visione di Tilde, più ottimista verso il futuro: “…non c’è solo il male …siamo sani e salvi, e lo siamo grazie alla bontà e alla generosità di tante persone che ci hanno aiutato, che hanno rischiato per noi, sapendo di rischiare.”. Nel 1946 Sergio Levi fu nominato direttore dell’istituto medico pedagogico Umberto I di Firenze e molto di bene fece per i giovani con disturbi cognitivi e caratteriali. Proprio l’aver sperimentato il senso di frustrazione, il pessimismo per il futuro, una certa rabbia per la malafede e una certa incapacità della politica (che per dirla come Benedetto Croce equivale alla disonestà) mi ha fatto tornare in mente questa storia nella quotidianità di medico cardiologo all’epoca di una pandemia. Le analogie tra la storia passata ed il nostro presente non vanno sempre ricercate nei fatti ma anche nei racconti di “vita sospesa” che spesso sono generati da fatti drammatici. E vite sospese sono anche quelle delle numerose persone con patologie croniche che l’emergenza COVID ha fatto “dimenticare”.
Stefano Strano