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Le recensioni

Nell’ordine, recensioni per “Venditempo”, “XJ7K – dallo spazio alla Casa Bianca”, “Storie del 3° millennio”, “Maghi, pesci, scarpe parlanti…in 10 storie fantastiche”, “1940-1945, Gioele, fuga per tornare”, “Nebbia di streghe”, “La mia mamma guarirà”, “Salviamo il mondo”, “Il grande pesce d’argento”, “Millelire”, "Eravamo ragazzi", "Una vita sospesa"


Venditempo (Orecchio Acerbo Editore, 2004)

Corriere della sera.it
Speciale Natale 2004

Venditempo
Un buffo coniglio, che da bambino non aveva capito cosa significasse “il tempo è denaro”, una volta cresciuto decide di vendere il tempo. Gli affari vanno talmente bene, che alla fine non ha più tempo per se stesso. E allora decide di chiudere il negozio, per tornare a leggere, scrivere e sognare. Una fiaba spiritosa e intelligente, con bellissime illustrazioni, nella preziosa edizione cartonata di Orecchio Acerbo.
Da regalare a: bambini dai 6 anni, ma anche ad adulti senza tempo.

www.PinoBoero.com, dicembre 2004
Mi piace il gruppo di “Orecchio acerbo”: affronta un mercato editoriale difficile con la forza della progettualità e il coraggio dell’avanguardia: la volta scorsa ho segnalato Topissimamente tuo. Storie di animali in città di Francesca Lazzarato, una serie di storie in versi (illustrate da Fabian Negrin), che coniugano mondo animale e mondo infantile, entrambi categorie subalterne spesso vittime dell’ottusità del mondo adulto. Il VendiTempo che segnalo oggi tocca quel tema del “tempo perso” che già Silvana Gandolfi aveva affrontato in un bellissimo romanzo, ma lo fa attraverso una storia lieve capace però di far pensare; intelligenti - come di consueto - l’illustrazione e l’impaginazione.
Pino Boero

La stampa,18 dicembre 2004
uno zoo sotto l’albero
libri lucciola

(...) Con il tempo perso della gente nelle code e in mille altri modi ha riempito dei palloncini colorati e si é inventato Venditempo il protagonista della storia intrigante e ammonitrice di Giulio Levi, disegnata da Luigi Raffaelli. Gli affari vanno alla grande però lui si fa via via più cupo e immusonito nel crescente affanno da mancanza di tempo per se stesso, finché non scopre che il tempo é prezioso “é proprio quello perso a guardare un tramonto, benché sembri non valere niente”.(...)
Ferdinando Albertazzi

il manifesto 16 dicembre 2004
libri sotto l’albero

[...] A chi ha appena imparato a leggere è destinato Venditempo di Giulio Levi: la storia di un intraprendente venditore di tempo che alla fine non riesce ad averne neppure un po’ per se stesso e decide di abbandonare la sua promettente attività, per poi rendersi conto che “...il tempo non aveva dovunque lo stesso valore. In certi paesi addirittura non valeva niente. Come il tempo dei bambini”. Le illustrazioni di Luigi Raffaelli, che ha dato al protagonista l’aspetto di un uomo-coniglio dalle lunghissime orecchie, sono un vero e proprio testo parallelo, coloratissimo, originale e pieno di trovate.
Francesca Lazzarato

popotus 4 dicembre 2004
libri sotto l’albero

Il tempo? Un bene prezioso eppure, quanto se ne spreca. Geniale dunque l’idea del piccolo coniglio di raccogliere tutto il tempo perso, racchiuderlo in un contenitore e poi venderlo. Affarone: i clienti sgomitano. Venditempo -così si intitola questo libriccino straordinario anche nella grafica, pubblicato da Orecchio acerbo, diventa ricco e famoso ma... Già, il successo ha i suoi inconvenienti. Che fare? [...]

diario 2 dicembre 2004
Che fenomeno piacevole, il moltiplicarsi di storie filosofiche: invece di ammorbarti con la morale preconfezionata e lo schema delitto-castigo, molti racconti fanno sì che i bambini si abituino a pensare. Questo, illustrato molto artisticamente da Luigi Raffaelli, ci mostra un coniglio che, stimolato dal motto “il tempo è denaro”, si affanna a raccattare il tempo perso dagli altri, per rivenderlo. L’attività è redditizia, ma stressante: ogni tanto il tempo è meglio perderlo che trovarlo!
Marina Morpurgo

Il Messaggero di Giovedì 13 Gennaio 2005
La fiaba di Venditempo e la grande omissione degli adulti

Una fiaba. Meglio, una parabola semplice semplice. Su un argomento così pesante, così mortifero per gli affetti, da essere immancabilmente rimosso dai discorsi con i bambini. “Il tempo è denaro”. Inizia così la storia raccontata da Giulio Levi (e l’omissione dei grandi). “Da piccolo non era riuscito a capire cosa volesse dire. Una volta in pasticceria aveva provato a chiedere: “Con un’ora di tempo quante caramelle posso comprare?”. Ma quella cicciona dietro il banco gli aveva risposto con una risata”. Eppure, vendono di tutto, perché non vendere il tempo? Questa è l’idea del nostro protagonista, voce narrante dal corpo di coniglio che, ormai cresciuto, si rende conto che per tutti “il tempo si traduceva immediatamente in denaro: tante ore di lavoro in più, tanti soldi in più”. E lui che fa? Cattura il tempo perso (“nelle code degli uffici postali, negli ingorghi del traffico, nelle sale d’aspetto degli ospedali”) e lo rivende. Un successo strepitoso, come potete immaginare. Con un unico inconveniente per l’intraprendente “venditempo”: non avere più tempo per sé. Tempo per leggere, ascoltare musica, o guardare un tramonto. Non sveliamo il finale di questa fiaba metropolitana, più amara della mela stregata di Biancaneve. E se una morale c’è, come esige ogni favola, non finisce di sicuro con un “e vissero felici e contenti”. Ma almeno su una cosa, noi adulti, saremo costretti a riflettere insieme a Giulio Levi: “Che il tempo non aveva dovunque lo stesso valore. In certi paesi addirittura non valeva niente. Come il tempo dei bambini”.
Fiorella Iannucci


XJ7K – dallo spazio alla casa bianca (Falzea editore, 2005)

Recensione di una maestra a Giulio Levi, www.ilbrucalibro.it
Il libro mi è piaciuto e Giulio Levi è bravo. Non c'è quel desiderio d'insegnare qualcosa a tutti i costi, che a volte è smaccato e fastidioso. Levi non giudica i personaggi e ciò che c'è di buono o di cattivo nell'agire, chi legge, lo intuisce da sé.
Le avventure di XJ7K si snodano a ritmo incalzante e ti vien voglia di sapere cosa succederà. Quel che è bello è che c'è un gran senso dell'umorismo e il piccolo extraterrestre ben si destreggia in un mondo di umani irretiti da luoghi comuni e comportamenti stereotipati. Il lettore scopre divertenti e inaspettate somiglianze con la nostra realtà di tutti i giorni. Un sorriso affettuoso lo accompagna nel cogliere i difetti di noi poveri terrestri: persino la velata intolleranza razziale di Bilg Ates. Nessun tono patetico, neanche nella storia dell'amicizia con Bianca. Nessun finale scontato. Solo uno sguardo sorridente e fiducioso verso le cose della vita, terrestre o extra che sia.


Storie del 3° millennio (Campanotto editore, 2006)

Da Liber no. 75 Luglio-Settembre 2007, pagina 14
……Non parlo di racconti "classici" o famosi perché scritti da autori celebrati (vedi come esempio Pirandello) che hanno scritto per adulti, ma di racconti scritti espressamente per ragazzi.
Fra i più recenti Giulio Levi ne ha scritti sei di particolare attualità per i contenuti che sembrano rientrare nel genere fantascienza ma che di fatto affrontano, attraverso una particolare forza narrativa, i temi più attuali dei rapporti uomo-ambiente. Dove l’uomo non ci fa certo una bella figura come la realtà quotidiana continua a dimostrare. L'abilita di Giulio Levi sta proprio nel proporre, nella loro asciuttezza letteraria, storie che possono sembrare esclusivamente riservate a un ipotetico futuro e che invece, con sottile ironia e profonda conoscenza scientifica, coinvolgono l’attenzione e le emozioni del lettore.
Come tutti i racconti davvero interessanti, quelli di Giulio Levi offrono al giovane lettore la possibilità di venire a conoscere in poche pagine l’inizio e la fine della storia, senza dover aspettare tempi più lunghi (come richiede il romanzo) per conoscerne la conclusione.
La prerogativa dell’autore, in questo libro, è di usare un linguaggio di preciso rigore scientifico che rende la narrazione precisa e incalzante.
Roberto Denti


Maghi, pesci, scarpe parlanti…in 10 storie fantastiche (Einaudi scuola, 2006)

http://www.pianetascuola.it
Trama
Dieci racconti fantastici, divertenti e pieni d'ironia, in cui le cose prendono vita, come le scarpe vecchie, libere finalmente dalla schiavitú dei piedi. I pesci volanti parlano; parlano i polipi, i topi, le mucche e gli Ameboscidi, esseri invisibili e dispettosi. Come in un allegro corteo, sfilano animali veri o fantastici, che si attirano la simpatia del lettore, e fanno pensare ai difetti dell'animo umano. In queste moderne favole compaiono anche maghi burloni, che rovesciano il mondo con sostituzioni di vocali, e ragazzi curiosi, che con le loro avventure realizzano piccoli grandi desideri. Aiutando il lettore, forse, a imparare qualcosa su di sé.
Temi principali
* Il rispetto dovuto alla natura.
* La dignità e l'individualità degli animali.
* La tolleranza e la conoscenza dell'altro da sé.
* Un invito a trovare, intorno a sé e dentro di sé, le cose positive.
* L'invito alla fantasia e a giocare con il linguaggio.
Spunti didattici
L'ironia e l'inventiva di Levi creano personaggi e mondi affascinanti per un ragazzo di oggi, ricchi di suggestioni sul nostro modo di vivere e di comportarci con gli altri e con il mondo che ci circonda.
I percorsi didattici guidano l'alunno:
* a seguire passo passo gli eventi narrati;
* a comporre partendo da una lettura creativa;
* a comprendere alcuni dei problemi sottesi ai racconti letti.


1940 / 1945 Gioele, fuga per tornare, Fatatrac editore, 2007


Giudizio della Giuria tecnica del I Premio Nazionale di letteratura per ragazzi Mariele Ventre (2008)
Uno splendido racconto - testimonianza autobiografica – basato su una precisa documentazione storica e su frammenti di memoria, un viaggio a ritroso nel tempo che l'autore, neuropsichiatra e ricercatore fiorentino da anni residente a Roma, compie trovando la forza e il coraggio di ritornare alla propria infanzia per narrare la storia della sua famiglia, con le stesse emozioni provate da bambino. Siamo negli anni bui delle famigerate leggi razziali e il racconto ci parla della continua fuga della famiglia Levi, padre pediatra, madre, e due bambini, Gioele e Silvia, prima nella casa di campagna ai limiti della città di Firenze, poi a Greve in Chianti nella "casa in campagna quasi in montagna", e infine in Svizzera. Ci parla di lunghi, estenuanti viaggi, di campagne, di campi profughi. Ci parla di un bambino ebreo che non riesce a dare una spiegazione a tanti perché. E di due genitori che hanno saputo sempre nascondere ai loro figli una realtà terribile e drammatica. Per difendere la loro infanzia. Ci parla di amicizia e di solidarietà. Di lingue straniere che bisogna imparare. Di piccole grandi gioie e di momenti di sconforto.
La narrazione in prima persona di Giulio Levi costituisce un grande meraviglioso affresco dell'infanzia e ci mostra forse per la prima volta come i bambini ebrei nei terribili anni del fascismo e delle leggi razziali hanno vissuto l'esperienza drammatica della fuga verso la speranza. Levi ne racconta con calviniana leggerezza i pensieri, le emozioni, le voci, le parole. Racconta il tempo dell'infanzia e sa che i bambini anche nelle situazioni più difficili, trovano le parole per giocare.
E' un racconto intenso, commovente ed emozionante che riesce talvolta perfino a farci sorridere. E ci fa pensare. Così si deve raccontare. Così si deve testimoniare la Storia.

Giudizio della giuria tecnica della XI edizione del Premio nazionale di letteratura per l'infanzia e l'adolescenza ‘Citta di Penne’ (anno 2007)
II libro di Giulio Levi, intitolato '1940-1945 Gioele, fuga per tornare' (Fatatrac), è , come è scritto nel verbale della giuria tecnica, presieduta da Vincenzo Sarracino, "un racconto avvincente, di facile e scorrevole lettura, intriso del realismo che caratterizza un difficile momento del nostro paese, rovinato dal Fascismo e dalle leggi razziali contro gli Ebrei. L'autore racconta il viaggio metaforico dello svolgersi del processo formativo di due bambini, fratello e sorella. I due attraverso le difficoltà della guerra, della separazione forzata, del multiculturalismo politico e religioso, imparano la difficile arte della 'tolleranza', del pluralismo, in definitiva della democrazia. II testo di Levi e degno della migliore citazione sia sul piano letterario sia su quello etico, politico e pedagogico".

Recensione di una maestra www.ilbrucalibro.it
Raccontare a un bambino cosa siano stati la persecuzione e il genocidio degli ebrei è sempre difficile. Raccontare l'orrore con l'orrore scuote, ma può allontanare. Forse, bisogna raccontarlo facendo appello ai sentimenti e alla realtà propri dei ragazzi e lasciando intuire legami con la contemporaneità, per non dimenticare il passato.
Nel breve romanzo di Giulio Levi, l'autore agisce sullo stesso terreno dei bambini: lavora sul senso di disorientamento, sulla nostalgia, sull'angoscia che nasce quando le cose accadono senza comprenderne il perché. Gioele e la sorellina sono i protagonisti di un continuo trasloco. In cinque anni si alternano facce, nomi, voci ai quali i bambini si affezionano, ma da cui poi si devono distaccare. E' un trasloco dell'anima e dei sentimenti.
Piccoli adulti nelle illustrazioni, Gioele e la sorella Silvia rimangono bambini nella capacità di adattarsi; ma perché ad adattarsi sono i genitori, che sanno spiegare con calma, che non nascondono nulla e li accompagnano nell'accettazione del cambiamento. Come ogni adulto dovrebbe fare.
I bambini affondano radici dove possono: Gioele impara ad essere ebreo praticante, quando in Svizzera è accolto dalla famiglia Benlamìn. E quella ritualità prima incomprensibile, gli diventerà necessaria, unico appiglio lì dove si sentirà estraneo, ospite della famiglia Reichenstein, condividendo quel patrimonio di gesti e parole con una anziana donna di servizio.
Un libro che apre una finestra sulla freddezza dell'accoglienza nei campi profughi della Svizzera e fa riflettere su certa freddezza attuale, nei confronti degli immigrati che vengono in Italia. Un libro che fa riflettere sulle difficoltà di adattamento linguistico dei bambini, che è problema ancora estremamente vivo.
Bello il finale, dove le ultime parole sono stampate sull'immagine di una stanza vuota, a comunicare anche visivamente quel senso del nulla che lascia ogni conflitto e che i bambini intuiscono al termine del racconto.

Recensione di una lettrice (da www.ilbrucalibro.it)
Comincio dall'ultima pagina del libro di Giulio Levi (1940-1945 – Gioele, fuga per tornare): una frase stampata sull'immagine di una stanza vuota. E' la stanza dove Gioele torna, dopo la fine della guerra. Dei suoi parenti non si sa più nulla; li ha perduti nei campi di concentramento. Ma i due fratelli ebrei protagonisti, degli orrori della guerra, dei massacri e delle umiliazioni sanno poco o niente. Quello che conoscono è la fatica dei continui spostamenti, il disorientamento nel non capire il perché delle cose, la nostalgia dei distacchi. Sono piccoli adulti, come anche le illustrazioni suggeriscono, pieni di responsabilità che obbediscono ad una mamma infaticabile che fa e disfa valigie...
La casa aspettava le voci dei bambini perché potesse tornare a vivere, scoperchiando la cesta dei giocattoli.


SHALOM, gennaio 2008, pag. 25
'1940-1945 Gioele, fuga per tornare'

Una storia di grandi raccontata per i più piccoli
II romanzo di Giulio Levi spiega che, anche nella tragedia della guerra e della deportazione, c'e una via di uscita
Mi chiamo Gioele e all'inizio di questa storia avevo tre anni": inizia cosi il bel libro di Giulio Levi come i precedenti diretto ai bambini ma questa volta non si tratta di un racconto di fantasia: Gioele infatti e il nome ebraico di Levi e la storia e quella di una "fuga per tornare". "Nel luglio dell'anno 1940 - prose¬gue l’esordio di Gioele - per la prima volta in vita mia cambiai casa", ed è il primo di una lunga serie di trasferimenti che si concludono con il ritorno fortunato al Bandino, poco fuori Firenze, dopo cinque anni e undici "spostamenti di letto, pagliaricci compresi!".
Giulio Levi vive a Roma (omissis) e "Fuga per tornare" è il primo [libro] autobiografico fin nella dedica: "alla memoria di mio padre Sergio (1910-1966) che ai figli ha nascosto il suo dolore".
Dopo i primi mesi nella nuova casa – prosegue la storia di Gioele – la vita cambia e il libro racconta l'allontanarsi, cauto, da Firenze. Poi la fuga, sempre più convulsa e precipitosa, la necessita di nascondersi in campagna affidandosi alla disponibilità di sconosciuti, la paura, poi il viaggio a Milano e, a piedi di notte, l’arrivo in Svizzera. E per Gioele, la sorellina Silvia, la mamma e il papà inizia un nuovo capitolo: il rigore dei campi di raccolta – "tre mesi, tre campi, uno nella Svizzera italiana, due in quella tedesca" – le famiglie separate, l’impossibilita di mantenersi con il proprio lavoro e l’affidamento dei bambini a famiglie sconosciute. "Bambini, (...) tra qualche giorno sarete accolti in una famiglia svizzera", ma l’annuncio della mamma non rassicura Gioele: "La notizia mi colse impreparato e a dire la verità non mi pareva bellissima. Come? Io in una famiglia e Silvia in un'altra e per di più in un'altra città, lontani da papà e dalla mamma?". Così a Gioele capita di essere accolto a Lucerna dalla ospitale famiglia Benlamìn, ebrei osservanti che parlano solo tedesco: "Cara mamma credo che stasera mangerò pane e burro e marmellata – scrive Gioele in una lettera – la signora non capisce nemmeno una parola italiana e io non so proprio come fare. Però nei letti ci sono le lenzuola. (...)"• Giulio Levi riporta le lettere di Gioele alla mamma con le medesime inesattezze della stesura originale, insieme a quelle delle famiglie affidatarie che tentano di rassicurare i genitori.
Ma i commenti di Gioele non raccontano solo le vicende della sua vita quotidiana descrivono anche, con vivacità e ingenuità, le tappe della vicenda bellica come potevano essere comprese da un bambino. La storia prosegue con un cambio di famiglia, sempre ebraica ma non più osservante, che lo relega rapidamente al ruolo di "bambino di servizio". Nelle molte tragedie che la Shoah ha causato ve ne è una su cui poco si è riflettuto e che pure continua ad avere grandi ripercussioni: quanto hanno patito e perduto "i bambini della Shoah" per ciò che riguarda la loro formazione ebraica? E quanto i loro figli? Quante abitudini si sono interrotte, consuetudini disperse e mai riprese, sopraffatti come sono stati – "dopo" – loro e le loro famiglie, dalla necessità di ricostruirsi una vita? E' solo grazie alla collaborazione affettuosa di Ingrid, la tata, che Gioele mantiene un legame con le regole ebraiche imparate nella famiglia. Poi giunse la fine della guerra e il viaggio di rientro a Firenze nell'Italia devastata dalla guerra e il ritorno a casa. "Un giorno chiesi a papà – conclude Giulio Levi – ma i nonni Levi e lo zio Aldo e lo zio Leone quando tornano dal loro viaggio?" "Non lo so, non lo so... speriamo presto. Adesso vieni, andiamo a vedere se ci sono dei fichi maturi sull'albero dei verdini". Io non lo immaginavo, ma era una bugia. Da poche settimane aveva saputo che non c'era più niente da sperare". E' un lieto fine che Levi regala al piccolo Gioele, tornato al suo gatto e al suo giardino.
Resta un po' di magia: l’incantesimo di una Storia, con la S minuscola, quella delle vicende personali, del pudore e delle paure dei piccoli. E la Storia con la S maiuscola, quella dei grandi eventi e delle tragedie collettive, che si intreccia a quella privata e ne segna e governa le vite. In "Fuga per tornare" i ragazzi leggono un italiano ferocemente limpido per linguaggio e costruzione, per attenzione ai particolari e ai bambini: il dramma non viene mai esibito ed una fine, lieta, anche se molto amara, consente anche ai piccoli lettori di intuire una via d'uscita alla tragedia.
Lia Tagliacozzo


FIRENZE EBRAICA anno 20, N. 5
"1940- 1945, Gioele, fuga per tornare" è il suo [di Giulio Levi] ultimo lavoro per i ragazzi, diverso da tutti gli altri precedenti, perché in questo Giulio Levi racconta le sue esperienze di bambino di sei anni in fuga con la famiglia per sfuggire alle persecuzioni razziali. Non c'è più la pura fantasia che apre ai ragazzi gli orizzonti della libertà, ma c'e la realtà cruda dell'oppressione, della fuga e della separazione vissuta con la mente di un bambino, non sempre in grado di darsi tutte le risposte giuste, ma certamente colpito nel profondo del suo animo, insie-me al babbo, alla mamma e alla sorella, particolarmente da quel terribile anno che va dal 1944 al 1945, in cui si rifugiano in Svizzera.
Con un linguaggio molto semplice e didascalico, adatto anche ai giovanissimi lettori, si fa la storia di quegli anni ter-ribili, del fascismo, della guerra, delle leggi razziali, dell’esclusione dalla scuola e delle persecuzioni. Dopo le peripezie per la fuga dall'Italia, si racconta l’accoglienza nei vari campi svizzeri, vere e proprie caserme, con tutte le penose limi-tazioni e privazioni, fino alla separazio-ne di Giulio dai genitori e dalla sorella quando va a stare presso alcune famiglie di ebrei svizzeri. "Salutai anch'io, ma avevo i lucciconi agli occhi. Lasciavo una realtà che conoscevo e che, anche se non particolarmente bella, vivevo insieme alla mia famiglia, e venivo proiettato lontano, in un mondo di sconosciuti, che non riuscivo nemmeno a figurarmi." Questo bambino di sei anni, che va a stare presso degli estranei e che da quel momento incontra i genitori solo saltua-riamente, comincia a scrivere le sue lettere, spesso ingenue e piene di errori, per mantenere il contatto con la famiglia.
Ma piano piano cominciano ad arrivare buone notizie; gli alleati avanzano. Anche questo anno passa e si arriva finalmente al ricongiungimento e al ritorno in Italia e a Firenze, a rivedere la casa, a incontrare i conoscenti e gli amici, a riprendere lentamente la vita interrotta. "I1 nostro lungo viaggio era finito e ricominciava la vita normale. Non c'erano più le leggi contro gli ebrei, c'erano solo i vuoti che quelle leggi avevano lasciato in tante famiglie, compresa la nostra."
E rimanevano impressi i segni che erano stati stampati nell'animo di tutti e che, come è stato detto sempre per tutti coloro che hanno vissuto esperienze simili, hanno in qualche modo condizionato le loro esistenze fino al momento di riprendere "la vita normale".
Renzo Bandinelli


Nebbia di streghe (Falzea editore, 2008)

http://www.officinagenitori.org/php/content_art.php?id_content=2572
Nebbia di streghe, una bella fiaba avventurosa, avvincente e allo stesso tempo commovente, che aiuta i giovani lettori a comprendere la separazione tra genitori.
Carletto è il protagonista di questo libro, ha sette anni e vede fra i sui genitori una nebbia grigia, che con il passare del tempo, diventa sempre più fitta, al punto tale che non riescono quasi più a parlare e ad incontrarsi.
La nebbia l'ha mandata la strega Cunegonda, perché Carletto non ha accettato di seguirla nel suo castello, dove lei lo ha invitato per una grande festa di bambini.
Carletto, rendendosi conto che la nebbia fra i genitori peggiorava decide di seguire la strega, con la speranza che questo possa servire a farla svanire.
Giunto al castello, Carletto scopre che insieme a lui ci sono tantissimi altri bambini e comincia un avventura che li porterà a sconfiggere le streghe, colpevoli di voler trasformare i bambini in streghe e streghi, e a fuggire dal castello.
Al suo ritorno a casa la gioia dei genitori è immensa ma dopo pochi giorni la nebbia ritorna, a quel punto Carletto è convinto che quello che sta succedendo accade solo per colpa sua.
Per fortuna trova il coraggio e si confida con la mamma, la quale gli spiega che a volte fra i genitori cala una nebbia che rende difficile la loro convivenza, al punto tale che non riescono nemmeno più a rivolgersi la parola.
La colpa non è certamente di Carletto, lui non c'entra niente, può succedere che i genitori smettano di amarsi, e anche se ciò accade non smetteranno mai di voler bene ai loro bambini.
La mamma spiega a Carletto che l'unico modo per far si che la nebbia vada via è che la mamma e il papà non vivano più sotto lo stesso tetto.
Carletto è spaventato perché non sa che fine fanno i bambini che hanno i genitori che si separano, la mamma lo rassicura immediatamente, abbracciandolo teneramente e spiegandogli che i bambini staranno un pò nella nuova casa della mamma e un pò in quella del papà, in modo tale che quell'orribile nebbia non torni più.
Ilaria Nasini per Officina Genitori


La mia mamma guarirà (Falzea editore, 2008)

Dalla rivista Pepe Verde, N. 40/2009 pagina 24
"La mia mamma guarirà!" è un libro che amerei definire soffice, per il modo delicato e ricco di calore con cui Giulio Levi fa parlare il giovane protagonista, Alvise, dell'esperienza con cui si trova a dover convivere con timore durante l'infanzia e con tenera consapevolezza durante l'adolescenza. Alvise ci racconta infatti le circostanze della malattia della mamma, una malattia sulla quale la ricerca non ha ancora fatto piena luce e quindi difficile da curare, ma ci mostra anche la forza e la speranza con cui i suoi genitori continuano ad affrontare le incertezze del domani ed il suo bisogno di essere parte di quella forza aiutando la mamma, partecipando alle vendite di gardenie e di mele per la raccolta di fondi per la ricerca, navigando su internet per conoscere a fondo la malattia ma, soprattutto, con la speranza di trovare notizie di nuove scoperte.
Anche un bambino può entrare in sintonia con Alvise per il modo lieve con cui riesce a descrivere i momenti più difficili non isolandoli all'interno di una realtà di cui sa cogliere anche le parentesi più serene e più gioiose. Lo stile di questo libro rispecchia ancora una volta l'abilità con cui Giulio Levi riesce a proporre argomenti che potrebbero facilmente scadere nella tristezza e nella sofferenza rendendoli invece "semplicemente umani" e vissuti dalla parte del bambino e dell'adolescente. Un modo nuovo di affrontare aspetti difficili in una letteratura per ragazzi che sta riproponendo ai giovani lettori trame cariche di tristezza, angoscia e sofferenza, ricalcando il vecchio stile degli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, pieno di orfani e derelitti, proponendo forse nuove ambientazioni ma con personaggi altrettanto disperati.
Gianna Marrone
Docente di Letteratura per l’infanzia
Università di Roma 3

Giudizio della Giuria Tecnica del Premio Nazionale di Letteratura per ragazzi “Mariele Ventre” (2009)
Con leggerezza. poesia e rigore scientifico, Giulio Levi, medico e coordinatore della ricerca scientifica per la Fondazione Italiana Sclerosi Multipla, racconta il tema della malattia di un genitore e di come sia possibile affrontarla senza angoscia da parte di chi ne è indirettamente coinvolto. Attraverso un percorso di crescita e maturazione psicologica, che è accompagnata da un graduale cambiamento del registro linguistico, Alvise, che è l'io narrante del racconto, conquista consapevolezza della malattia della madre affetta da sclerosi multipla, e si pone tante domande sui diversi atteggiamenti della gente. Giulio Levi racconta con il linguaggio delle emozioni, ma anche i comportamenti, i pensieri, gli stati d'animo di una famiglia che vive questo problema, per come la malattia possa modificare comportamenti, azioni e la vita stessa.
II finale e aperto alla speranza legata agli studi e alle ricerche scientifiche in corso.


Salviamo il mondo (Fatatrac editore, 2009)

(http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=2559&sez=Recensioni
Mentre stiamo scrivendo, si susseguono le valutazioni sugli esiti finali del vertice Onu sul clima appena concluso a Copenhagen: accordo imperfetto, enunciazione di principi, più ombre che luci, accordo non vincolante visto che non esiste un documento ufficiale approvato e non sono state riportate cifre sulle riduzioni della CO2. Queste alcune considerazioni degli addetti ai lavori. Guardando la vicenda con un filo di ottimismo, si potrebbe rilevare come il Summit Onu, svolto in terra danese, pare ormai aver convinto anche i più scettici: i cambiamenti climatici con i loro effetti devastanti sono riconosciuti universalmente e la scienza che da tempo ha messo in guardia il mondo è stata definitivamente riabilitata. La conferma è venuta dall'accettazione di quanto detto dagli scienziati, secondo i quali l'aumento medio globale delle temperature non dovrebbe superare i 2 gradi. In ogni modo a Copenhagen è stata persa una grande occasione per "Salvare il pianeta" e ancora è stato confermato il primato dell'economia sull'ecologia, mentre secondo il concetto di sviluppo sostenibile i due settori dovrebbero integrarsi in modo egualitario, così da garantire anche equità sociale.
Se ciò mai si avverasse potrebbe essere garantita anche una disponibilità durevole di quelle risorse primarie di cui oggi disponiamo, da destinare alle generazioni future. Ed è questo il punto che lega strettamente questa lunga premessa al libro che presentiamo oggi: a Copenhagen non si è pensato a sufficienza ai nostri figli e ai figli dei nostri figli. "Salviamo il mondo" è un volume estremamente attuale, sembra ritagliato sulla cronaca di questi giorni (invece è uscito ad inizio anno) che parla ai ragazzi del mondo degli adulti e della loro capacità di autodistruzione e spiega agli adulti quale dovrebbe essere il linguaggio per farsi comprendere dai ragazzi. Il messaggio che viene inviato da Giulio Levi, ricercatore (ora in pensione) specializzato in neuropsichiatria (ha studiato le cellule del cervello), è molto realistico, nonostante si tratti di storie fantastiche e paradossali: quindi improntato da un leggero pessimismo. Del resto l'autore prende spunti da informazioni di cronaca e da riviste specializzate e poi li proietta nelle storie fantastiche vissute in un futuro non troppo lontano (2020-2030). Levi riporta tutti o quasi i temi critici che affliggono i destini del pianeta trattandoli talvolta anche in modo ironico. In primis la crescita quantitativa di materia: Alpi ed Appennini formati da rifiuti indifferenziati (a montagne appunto!) in cui si intrecciano i destini del fine vita di oggetti abbandonati, con quelli degli abitanti delle discariche come topi e gabbiani.
L'Appennino degli Indifferenziati fa una brutta fine perché viene bruciato dalla lava del vulcano diffondendo nell'aria odori pestilenziali. E qui un'altra peculiarità del volume: i sei racconti apparentemente autonomi trovano nelle criticità ambientali del pianeta da un lato e nell'esigenza di tutela dall'altro, il filo conduttore che li unisce. Perché, come ha affermato una bambina durante un'attività di educazione ambientale, "Il mondo è tutto attaccato". Quindi dai rifiuti si passa facilmente alla qualità dell'aria poco respirabile delle città e ad un mondo, nel 2030, vissuto in maschera, le M.A.I. (Maschere Anti-Inquinamento) divenute obbligatorie tranne che in alta montagna e nelle piccole isole disperse negli oceani. In questi luoghi si può andare in vacanza agevolata con contributi governativi ma la pressione turistica si fa così pesante che anche nei paradisi sperduti la maschera diviene obbligatoria.
Gli Stati, come accade nella realtà, attraverso le facilitazioni ai grandi gruppi multinazionali sostengono l'industria inquinante da un lato e favoriscono la ricerca di medicinali che allungano la vita e che rendono più belli, dall'altro: la realtà non è così lontana. Nel racconto "l'isola che non c'è più" un'isola dell'Oceano è appunto scomparsa, sommersa dall'innalzamento del mare dovuto allo scioglimento dei ghiacci causato dall'aumento della temperatura innescato dai gas climalteranti. E proprio questa paura di affondare sotto la spinta dei cambiamenti climatici ha condotto in questi giorni il piccolo Arcipelago del Pacifico, Tuvalu (seguito dai Paesi latini sudamericani) a guidare il dissenso al vertice sul Clima di Copenhagen contro il documento proposto dai Paesi trainanti e far naufragare l'accordo politico complessivo. In questo caso realtà e fiaba praticamente coincidono.
In chiave assolutamente moderna il volume di Levi sottolinea come sia stretto il legame tra educazione (nella sua accezione culturale) e ambiente nel paradigma più evoluto della trattazione dell'argomento, cioè l'educazione alla sostenibilità. L'autore chiude il volume con un racconto che narra della scomparsa dell'uomo e del riemergere dei dinosauri che erano rimasti ibernati nella glaciazione di 65 milioni di anni prima, ed ora tornano padroni del pianeta. Ad un novello Noè (l'ultimo Umano vissuto sulla Terra) l'onere e l'onore di lasciare un messaggio "Gli Umani dopo aver dominato la terra per migliaia di anni, hanno dato vita a una tecnologia che è stata essa stessa la causa della loro distruzione... Parto alla ricerca di un pianeta dove possiamo stabilirci e dare inizio ad una nuova civiltà". L'autore, ovviamente uscito dalla sfera dei suoi personaggi, spera in un epilogo in parte diverso: che almeno sia il fato e non l'uomo a distruggere la Terra.
«Secondo gli esperti c'è un probabilità su 6000 che un grande asteroide chiamato Apophis cada sulla Terra nell'anno 2036 e sono allo studio metodi per evitare questo impatto che potrebbe essere altamente distruttivo... Se è destino che la vita sulla Terra debba scomparire, lasciamo che sia un asteroide o qualche altro incontrastabile fenomeno naturale a provocarlo, come forse ha provocato la scomparsa dei Dinosauri, e cerchiamo di evitare che sia proprio l'Uomo a distruggere se stesso e gli altri essere viventi». I messaggi che invia Levi con questo volume, pensiamo possano essere un "regalo utile" per il prossimo Natale da fare ai più piccoli e base di riflessione per il mondo degli adulti.
Federico Gasperini


Da LG Argomenti, dicembre 2009, pag. 86-87
In questi sei racconti di un neuropsichiatria convertitosi alla letteratura per ragazzi troviamo presentati in uno stile ironico e paradossale, ma nello stesso tempo didattico, alcuni grandi temi riguardanti 1'ambiente e il rapporto dell'uomo con il pianeta in cui vive. Il primo racconto ci conduce in un'Italia ormai sommersa dai rifiuti, dove i cumuli di spazzatura hanno assunto nomi e fisionomie di catene montuose con i relativi ruscelli di liquami. I commenti della guida di un gruppo di turisti stupefatti e la descrizione della fauna che popola quegli ambienti definiscono un quadretto tanto divertente quanto preoccupante, se pensiamo ai nostri sprechi quotidiani. Tra i rifiuti della nostra civiltà troviamo anche sacchi pieni di congiuntivi, che solerti volontari si incaricano di recuperare e rimettere in circolazione.
La seconda storia ha per protagonista Giacomino Tappabuchi, il quale, dopo aver mostrato le sue doti in molte situazioni, viene incaricato di sanare il buco maggiore, quello dell'ozono. L'autore ne approfitta anche per qualche sferzata alla misera condizione dei precari e all'assurdità del linguaggio burocratico. La terza storia vede l’incontro di due civiltà, la nostra e una tecnologicamente più primitiva fuggita dalla propria isola per l’innalzamento del livello dei mari. Alla berlina questa volta viene messo l’atteggiamento scriteriato dei governanti occidentali, che non tengono conto dei delicati equilibri ambientali. Il quarto racconto ha luogo in un mondo nel quale tutti gli esseri umani sono costretti a indossare maschere protettive contro l’inquinamento dell’aria. Questa situazione estrema, che favorisce 1'ascesa economica dei produttori di maschere, viene complicata dalla possibilità di rivelare all'esterno prima il proprio volto, poi una versione abbellita attraverso ritocchi informatici. II tema dei rischi ambientali viene cosi abbinato alle perversioni della società dell'apparire, in cui ognuno sogna di essere come i propri idoli, pena la frustrazione. La quinta storia mette in guardia dalla minaccia di una guerra atomica dovuta a errori nei sistemi di controllo, ma un ruolo fondamentale assumono anche il cinismo delle leggi di mercato e i compromessi paradossali delle decisioni politiche internazionali. L'ultima avventura è dedicata ai dinosauri, che dopo milioni di anni si risvegliano dall'ibernazione e ripopolano un mondo ormai abbandonato dagli uomini. Lo scenario, attraverso le riflessioni dei protagonisti prima della definitiva uscita allo scoperto, offre lo spunto per una panoramica sull'evoluzione umana e sulle stranezze di questi esseri, gli uomini, più deboli di tutte le altre specie eppure cosi forti grazie alla tecnologia, non sempre però usata con buon senso. La prova narrativa di Giulio Levi costituisce un'ottima introduzione agli aspetti più delicati del rispetto dell’ambiente e alla nascita di una consapevolezza socio-politica circa gli atteggiamenti da tenere a tutti i livelli, con incursioni nei punti di vista degli animali e delle cose. Dalle molte prospettive adottate emergono le contraddizioni insite nello stile di vita degli esseri umani, in particolare nell’epoca contemporanea.
(D. Finco)


Il grande pesce d’argento (Fatatrac editore, 2010)

Dalla rivista KIDS, giugno 2010, pag. 21
Una fiaba attuale che aiuta a comprendere la complessità dell’esistenza

Da http://www.centostorie.it/public/wordpress/?p=6878
Il grande pesce d’argento
di Giulio Levi – ill. Chiara Carrer
Fatatrac – p.32 – e.13,50
Ogni tanto mia figlia mi fa una domanda, e me la ripete ciclicamente: Mamma, ma nel mondo, ci sono più buoni o cattivi? Dato per assodato che nelle storie un cattivo di mezzo ci deve stare sempre per far muovere la trama, ma in giro per il pianeta di cattivi quanti ce ne stanno? E sulla grande lavagna del mondo, quando andremo a scrivere i buoni a sinistra e i cattivi a destra, separati solo da una sottile linea di gesso, dove starà la maggioranza?
Il libro che vi propongo oggi potrà risultare un po’ inquietante. Racconta una storia a lieto fine, ma solo per pochi. Già nella vita vera, se il “vissero felici e contenti” arriva per alcuni, vuol dire che per altri il finale non sarà altrettanto lieto. In questa storia i più forti si mettono insieme per sistemarsi gli affari loro e i piccoli soccombono. Un po’ un assaggio della vita vera. Un reportage dal mondo dei grandi (Gomorra per bambini?). Si parla di mare, di lotta per la sopravvivenza, di interessi contrapposti e inconciliabili. Il tutto raccontato con infinita, ma implacabile dolcezza e illustrato dalla maestra Chiara Carrer.
Consigliato: da 5 anni in su, ma accompagnati e con dibattito a seguire.

Millelire (Coccole e Caccole editore, 2011)

Maria Montessori accenna appena il sorriso su una banconota spiegazzata da Mille Lire… Con i capelli raccolti, la camicetta chiusa da un cammeo, lo fa sembrare provenire da un passato più lontano rispetto ai nemmeno dieci anni trascorsi da quando ogni giorno, ad ogni ora, passava di mano in mano, dai portafogli alle casse delle edicole, dei bar, dei mercati…
Le vicende del Risorgimento hanno ispirato la penna di molti autori di libri per ragazzi: Lia Levi, con “Un garibaldino di nome Chiara” (Mondadori 2002, 154 p.), Paola Zannoner con “Matilde la ribelle” (Fanucci, 2008, 176 p.), Mino Milani con “Sognando Garibaldi” (Piemme, 2005, 192 p.), e altri ancora. Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia Giulio Levi ha scritto una piccola storia, Mille Lire (Edizioni Coccole e Caccole, 2011, 43 p., 9,90 Euro), con le illustrazioni a collage di Cinzia Cavallaro e Valentina Martegani, dedicata ai bambini che sono nati dopo l’Euro, per ripercorrere con leggerezza i trascorsi, nel nostro Paese, di quel “mezzo” potentissimo che è il denaro.
Monete e banconote sono oggetti del mondo degli adulti sui quali e intorno ai quali i bambini costruiscono concetti di quantità e di valore, rappresentazioni numeriche e simboliche, corrispondenze, operazioni aritmetiche, percezioni di importanza e di “status”, astrazioni, senso del possedere e dello scambiare, e che rivestono comunque una rilevante importanza nella quotidianità infantile aldilà di ogni intenzionalità educativa.
Il testo interpreta il proprio carattere divulgativo riuscendo a rappresentare i passaggi più complessi attraverso esempi concreti ma, soprattutto, la semplice trama del racconto si rivela efficace nell’incontrare quella che è una “fantasia” ricorrente dei bambini e un topos letterario: il ritrovamento di qualcosa di prezioso, un tesoro, una fortuna, un acciarino, un pentolino magico … Ha anche, l’espediente narrativo, il pregio di far trasparire che il denaro non è materia così seria e solida come appare, ma varia e fluttua, proprio come la bottiglia nel mare che dà l’avvio alla storia, nelle vicende dei popoli e delle persone. Tanto da far pensare che sia bene non dargli troppa importanza.
E’ un libro che si immagina bene tra le mani di un “grande” che nella lettura a una bambina o a un bambino arricchisca la trama e le spiegazioni con le complicate comparazioni di costo che ancora si affacciano alle menti di chi ha adoperato le lire, con le memorie familiari degli acquisti, quelli indimenticabili, i regali, gli oggetti e anche i desideri non soddisfatti, che riesca a “materializzare” i ricordi e le immaginazioni che, in ogni epoca, sono innegabilmente legati anche ai “soldi”.
Valentina Giovannini (insegnante)

(da http://www.booksblog.it)
“Un biglietto di Monopoli - borbottò - Sai che bella fortuna!” Il biglietto da mille lire si agitò e diede un colpetto di tosse. (…) Poi disse: “No Gigi, non sono un biglietto del monopoli. Sono un biglietto da mille lire vere”
Segnalo questo bel volume per ragazzi, Mille lire, per una molteplicità di buone ragioni. Innanzitutto per l’intelligenza del progetto editoriale che c’è dietro. Apprezzabile la scelta di pubblicare un volume su un pezzo della nostra storia - le lire - per i 150 anni dell’Unità d’Italia ( e per i 9 anni dell’addio alla lira, che ricorrono oggi), e scegliere di affidare il progetto - oltre che all’autore Giulio Levi, già membro del Consiglio Scientifico dell’Enciclopedia dei ragazzi dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani - al ‘duo’ di illustratrici Cinzia Cavallaro e Valentina Martegami. Trovo intelligente infatti aver scelto proprio loro per le illustrazioni non solo perché insegnano illustrazione allo IED di Milano, ma soprattutto perché il loro stile distintivo è il collage di materiali: la scelta ideale per inserire nei disegni a corredo della storia il corpo “fisico” della cara vecchia liretta che (in versione cartacea o in forma di monete) si anima nelle mani del bimbo Gigi e spunta curiosetta in mezzo ai volti dei personaggi che hanno fatto l’Italia.
La storia è un vero viaggio a ritroso nei costumi, la storia, la politica del nostro Paese, narrata con parole semplici proprio dalle Mille lire che Gigi trova un giorno in spiaggia a Viareggio, chiuse in una bottiglia di vetro. E così ci troviamo a cavalcare a fianco di Garibaldi, a ricordare con nostalgia (chi di noi le ha usate, e quindi non i bimbi a cui regaleremo il libro) gli “ospiti” delle banconote da Mille lire, da Giuseppe Verdi a Marco Polo e Maria Montessori. E alla fine della storia seguiamo il signor Gualtiero che, un giorno di 50 anni fa, irritato dall’inflazione galoppante già allora, decide di lasciare la lira in balia del mare in una bottiglia, per “farle fare una bella crociera”. Un viaggio che la porterà fino alle mani di Gigi, che scoprirà di aver trovato - altro che buffo biglietto di Monopoli! - un vero tesoro.

 

"Eravamo ragazzi" (Fatatrac editore, 2014)

Dalla rivista Andersen, ottobre 2014, pag. 53, Foglio 1
Due libri sul filo dell”amarcord” di episodi dell’infanzia e della giovinezza degli autori, resi più interessanti da un contesto che pur relativamente vicino nel tempo appare alle nuove generazioni di lettori un mondo tutto da scoprire (OMISSIS).
L’esperienza della guerra appena conclusa con le sue devastazioni ma insieme con la voglia di ritornare a una vita normale è lo sfondo di Eravamo ragazzi: dopo anni di fughe e di paure la famiglia Levi torna a Firenze, prima nella grande casa in una campagna che oggi non esiste più….e poi in città; anche senza il grande giardino si può ancora giocare per strada, perfino le macerie diventano fortini o montagne da scalare. Sono anni di grandi passioni (la Fiorentina, Coppi e Bartali) e di grandi cambiamenti, anche nella vita quotidiana: i ragazzi di allora sono testimoni del passaggio tra due epoche e pionieri di esperienze nuove, come le prime discese sulla neve , senza comodi e veloci mezzi di risalita. Sono diversi i ragazzi di oggi da quelli di allora? Si chiede l’autore: certamente , ma anche No perché gli interessi e le emozioni erano in fondo gli stessi, come sono gli stessi da migliaia di anni. E’ in questo che i ragazzi di oggi possono riconoscersi; ma nello stesso tempo “i frammentari ricordi che ho raccontato possono far loro comprendere quali cambiamenti di mentalità e di modi di vita sono intervenuti nell’esiguo frammento di tempo di 65 anni”.
Anna Pedemonte

Da Consumatrici.it (dicembre 2014)

Sono tanti i modi per raccontare il passato. Giulio Levi, autore di “Eravamo ragazzi” (Fatatrac, 128 pagine, 6,90 euro) sceglie il tono lieve, emozionante e lento, per far entrare i ragazzi nella sua vita di bambino e adolescente. È, la sua, un’autobiografia esemplare: bambino nel tempo del fascismo e delle leggi razziali, adolescente nel dopoguerra.

Il dramma che ha segnato gli anni della dittatura e della guerra è colto come occasione e sfondo per lasciare spazio al punto di vista di un ragazzino che, sfollato, scopre la libertà della campagna, la bellezza della natura e dell’autonomia e che deve lasciare – giocoforza e con rimpianto – quando rientra in città, finita la guerra.

È bello il pentagramma narrativo su cui si sistemano ricordi, pensieri, sensazioni e le emozioni del primo amore, le euforie dell’amicizia di gruppo, i progetti della gioventù. Un bellissimo libro di storia e di storie, che i bambini apprezzeranno, perché pieno di luce e di forza. Dai 7 anni.

Luisa Mattia

 

 

 

"Una vita sospesa" (Castelvecchi editore, 2016)

Da SoloLibri.net (marzo 2016)

Nel volume “Una vita sospesa 1938 - 1945” (Castelvecchi 2016, Introduzione di Marta Fattori) di Giulio Levi, l’autore ricostruisce un periodo cruciale della vita del padre Sergio (Firenze, 25 febbraio 1910 - 27 settembre 1966), uno dei pionieri della neuropsichiatria infantile in Italia.
Nel libro dedicato al padre a cinquant’anni dalla sua scomparsa e a sua madre che accompagnò con amore per trenta anni di matrimonio il marito, sopravvivendo per quasi mezzo secolo nel suo ricordo, il figlio Giulio, attingendo a numerose fonti (gruppi di lettere familiari, e documenti dell’Archivo Federale Svizzero), racconta la storia di un uomo al quale venne impedito di lavorare. Costretto per sette anni a condurre una vita sospesa.
“In ottemperanza alle norme contenute nel Regio Decreto Legge 5 settembre 1938 XVI Anno dell’Era fascista. Vi comunico che con decorrenza 16 ottobre p. v. siete sospeso dalle funzioni di assistente volontario fino a contraria disposizione”.
Firmato il Rettore Arrigo Serpieri.
Era questo il contenuto della lettera raccomandata che il portiere dell’ospedale universitario Mayer (detto “ospedalino” perché vi si curavano solo bambini) aveva consegnato il 13 ottobre 1938 a Sergio Levi, giovane pediatra fiorentino di 28 anni che lavorava al Mayer. “Sospeso dalle funzioni”, in pratica licenziato. Levi aveva letto sul “Giornale d’Italia” del 15 luglio un documento “Il fascismo e il problema della razza” noto come “Il manifesto della razza”, redatto da dieci scienziati in cui si affermava che
“gli ebrei non appartengono alla razza italiana”e che sono“l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia, perché essa è costituita da elementi razziali non europei”
e altre frasi che erano parse a Levi farneticanti. 
Da quel momento in poi la storia individuale di Sergio Levi, sposato con Tilde, un figlio piccolo, Giulio, al quale si sarebbe aggiunta nel ’39 Silvia, sarebbe andata a incrociarsi con la Storia. Stava per iniziare quel peregrinare nel vecchio continente di una famiglia ebraica della media borghesia che avrebbe condotto i componenti a cercare rifugio nella campagna fiorentina per finire poi, nel frattempo era scoppiata la II Guerra Mondiale, in Svizzera nel marzo del 1944 costretti a vivere in un campo profughi. I genitori e un fratello di Sergio Levi sarebbero morti nel campo di concentramento di Auschwitz.

Un racconto-testimonianza corredato da fotografie in bianco e nero, lucido e scarno di quei sette anni di sospensione vissuti in un limbo fatto di fughe, nascondigli, paure e ansie. Nel 1946 Sergio Levi fu nominato Direttore dell’Istituto Medico Pedagogico Umberto I di Firenze. Mantenne quella carica fino alla sua precoce morte avvenuta nel 1966. In quei venti anni rinnovò e modernizzò i metodi terapeutici e riabilitativi da applicare a ragazzi e ragazze con disturbi cognitivi e caratteriali, facendo dell’Istituto un centro noto in tutto il Paese e modello per la programmazione di nuove istituzioni in varie regioni italiane. Negli anni Cinquanta Sergio incontrò Giovanni Bollea (fondatore dell’Istituto di Neuropsichiatria Infantile di Roma) col quale sviluppò un’intensa collaborazione e una profonda amicizia. Levi pubblicò numerosi lavori e alcuni libri che furono adottati per molti anni da assistenti sociali, psicologi e altri operatori nel campo dell’Igiene Mentale.